Primo Levi, la tortura e la violenza inutile: «se anch’io fossi stato torturato»
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Abstract
L’articolo prende le mosse da un apparente paradosso presente nell’opera di Levi: l’autore ha sempre dichiarato di non essere stato torturato. Com’è possibile che un ebreo sopravvissuto a Auschwitz ritenesse di non essere stato torturato? Per rispondere a questa domanda, si ricostruirà il percorso che conduce dalle riflessioni di Beccaria sulla «inutile crudeltà» alle interpretazioni antifasciste del Dei delitti e delle pene nell’Italia del dopoguerra, in particolare quelle di Piero Calamandrei e di Alessandro Galante Garrone. In questa prospettiva sarà poi analizzato l’uso del termine ‘tortura’ da parte di Primo Levi, da Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati, mostrando come l’autore lo impieghi in un’accezione molto ristretta. In tal modo sarà anche possibile gettare nuova luce sul dialogo postumo di Levi con Jean Améry e sul concetto di «violenza inutile». Nonostante le loro differenze, sia Améry che Levi convergono nell’identificare la specificità del nazismo nell’intenzione di infliggere la morte con il massimo dolore.
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