Primo Levi, la tortura e la violenza inutile: «se anch’io fossi stato torturato»

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Gabriella Silvestrini
https://orcid.org/0000-0002-7052-8412

Abstract

L’articolo prende le mosse da un apparente paradosso presente nell’opera di Levi: l’autore ha sempre dichiarato di non essere stato torturato. Com’è possibile che un ebreo sopravvissuto a Auschwitz ritenesse di non essere stato torturato? Per rispondere a questa domanda, si ricostruirà il percorso che conduce dalle riflessioni di Beccaria sulla «inutile crudeltà» alle interpretazioni antifasciste del Dei delitti e delle pene nell’Italia del dopoguerra, in particolare quelle di Piero Calamandrei e di Alessandro Galante Garrone. In questa prospettiva sarà poi analizzato l’uso del termine ‘tortura’ da parte di Primo Levi, da Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati, mostrando come l’autore lo impieghi in un’accezione molto ristretta. In tal modo sarà anche possibile gettare nuova luce sul dialogo postumo di Levi con Jean Améry e sul concetto di «violenza inutile». Nonostante le loro differenze, sia Améry che Levi convergono nell’identificare la specificità del nazismo nell’intenzione di infliggere la morte con il massimo dolore.

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Biografia autore

Gabriella Silvestrini, Università del Piemonte Orientale

Gabriella Silvestrini è Professoressa associata di Storia del pensiero politico presso l’Università del Piemonte Orientale. Le sue ricerche hanno per oggetto il pensiero politico di Rousseau, il repubblicanesimo moderno e le teorie della guerra giusta e del potere di punire. Tra le sue pubblicazioni: Diritto naturale e volontà generale. Il contrattualismo repubblicano di Jean-Jacques Rousseau (Claudiana, 2010); l’edizione critica di J.-J. Rousseau, Lettres écrites de la montagne, curata con Alfred Dufour (Slatkine-Champion, 2012); il volume collettaneo Natural Law and the Law of Nations in 18th and 19th Century Italy, curato con Elisabetta Fiocchi Malaspina (Brill 2023).